La mia Candidatura a Consigliere Comunale di Venezia per il Partito Democratico

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Ieri sera 20 aprile 2015  la Direzione Comunale del Pd di Venezia ha approvato la lista dei candidati per il consiglio comunale.

Mi sono anch’io reso disponibile dopo la sollecitazione di tanti amici ,ai quali prima di accettare ho chiesto consiglio e sostegno.

Il loro incoraggiamento e il loro supporto mi ha convinto a riaccettare una sfida per questa nostra meravigliosa e complessa città, che con la città d’acqua e le sue isole unita alla terraferma costituisce quella unicità appunto unica al mondo.

Dopo la mia impegnativa esperienza di consigliere dal 2000 al 2005 mi sono interessato di aziende della mobilità e mi ero un po’messo da parte rispetto alla politica attiva

Con le primarie del centrosinistra e con la candidatura di Felice Casson mi sono sentito stimolato a rimettermi in gioco per un progetto alto ed altro rispetto al passato

Fin da subito mi sono unito nel progetto e visione di una nuova e diversa politica cittadina del Candidato Sindaco Felice Casson, con il quale da subito abbiamo collaborato e per il quale ho dato il mio supporto durante la fase delle primarie ottenendo lo stesso un ottimo risultato
Ora come candidato Sindaco della coalizione necessità lo sforzo di tutti coloro che credono in questo progetto di cambiamento perché si attivino e si impegnino e così voglio fare io con questa candidatura.

Abbiamo noi tutti ,che vogliamo interessarci della cosa pubblica , una grande responsabilità e in futuro chi andrà a governare la città si troverà una situazione di bilancio molto critica è una città indebolita dalla crisi ma anche da scelte subite da altri enti di livello superiore. Uno su tutti è l’assoluta sproporzione tra i vari ipermercati e centri commerciali che gravano sulla cerchia urbana che hanno impoverito il tessuto commerciale cittadino oltre al fatto che troppi cantieri sono stati avviati e troppe ZTL sono state applicate nelle vie centrali di Mestre tanto da rendere difficile l’uso dell auto per gli acquisti e quindi rendere più comodo per i mestrini recarsi presso i centri commerciali. Il tema sicurezza poi negli anni è diventato sempre più un sintomo di emergenzialita’ e i processi di riqualificazione urbana hanno proceduto a rilento (quanti anni sono passati prima che l’area del ex deposito Actv di via Torino sia stata riqualificata?

Il mio impegno sarà certamente per questi temi che interessano soprattutto Mestre ma anche Venezia dove devono riaprire i negozi di Vicinato

Ma l’impegno primario sarà verso i temi che mi vedono portatore di competenze ed esperienze che sono quelli legati alla portualita’ alle infrastrutture e alla mobilità perché necessità ripensare la mobilità cittadina puntando alle reti su rotaia rappresentate dalla metropolitana di superficie SFMR ,che deve essere integrata con la rete ferroviaria portuale (abbiamo una rete ferroviaria portuale che collega varie zone della città tra cui il Vega e la Marittima /san Basilio e che è grande come quella del Libano) in modo tale da collegare i poli di interesse cittadino tra loro e che a oggi non sono collegati (vedi ospedale all Angelo, aeroporto, porto autostrade del mare di Fusina, porto passeggeri della Marittima, Vega e san Basilio)
La SFMR ha previste anche altre stazioni in città e quindi col tram e i bus si creerebbe un vero sistema di collegamento capillare , per raggiungere l’obbiettivo di aumentare il trasportato sul trasporto pubblico locale rispetto all uso dell auto ( diminuzione smog e polveri fini)

Ma altro tema a me caro è quello che, Turismo e Cultura, (che sono la prima economia della città), diventino il motore trainante della economia cittadina e non restino disorganizzati tra loro , ma con l’uso del marchio di Venezia e la cura delle tradizioni, creino quella rete di networking tra operatori economici ed associazioni,che servano per dare una offerta completa al turista e per attrarre ancor di più il turista di qualità,

Cioè quello che pernotta in città e vive la città rispetto al turista mordi e fuggi che invece usa la città,

questo nella ottica della regolazione dei flussi e della valorizzazione della cucina veneziana di tradizione, nella valorizzazione dei prodotti ittici e della agricoltura locale utilizzando allo scopo anche il marchio di Venezia e puntando sulla riconversione delle barche da pesca per il pesca turismo e nelle isole puntando sull albergo diffuso.

Ultimo e non ultimo poi è il tema Portualita (che per la mia professione mi sta particolarmente a cuore)

Si deve fermare lo scavo di altri canali che andrebbero a modificare negativamente la morfologia cittadina e bisogna invece decidere su alcuni progetti già presentati e discussi negli ambiti di competenza per una nuova e grande area destinata alle navi passeggeri , che può essere a Portomarghera o con la creazione di un porto per le grandi navi passeggeri alle bocche di porto , prolungando le conche di navigazione già costruite per il Mose, lasciando in Marittima a Venezia le navi medio piccole che sono anche quelle esteticamente più belle perché Venezia è comunque un Homeport naturale che non può essere perso.

Questo settore della Portualita’ da lavoro a circa a 18000 persone direttamente o indirettamente e nella visione della città metropolitana sono quasi tutti nostri concittadini i quali devono avere anche loro una garanzia occupazionale,

La nuova amministrazione comunale dovrà coniugare difesa della occupazione con salvaguardia della città e ci potrà riuscire tenendo uniti questi due concetti

Scusatemi per la lunghezza del testo così lungo, ma volevo farvi capire che ho voglia di dare il mio contributo fattivo per questa nostra meravigliosa città

Ma per fare questo ho anche bisogno della collaborazione ed aiuto di tutti voi che magari avete idee e proposte o che siete stato inascoltati. Lavoriamo assieme per dare un futuro migliore ai nostri figli.
Ci conto
Grazie

un nuovo turismo sostenibile

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2014-11-21 Nuova Venezia - Turismo

,  E’ possibile governare i flussi turistici, in una logica che tenga insieme, per il bene di Venezia, sostenibilità e ritorno economico ? Questo nodo cruciale rappresenta una delle questioni su cui le Amministrazioni Comunali si sono interrogate, provando ad individuare alcune strategie per fronteggiare l’arrivo in città di milioni di turisti. Nel 2008, l’allora Giunta Comunale,. guidata dal Sindaco Cacciari, elaborò un atto di indirizzo (n.24 del 24/07/2008) per promuovere, nell’ambito del Progetto Turismo Sostenibile, una piattaforma informatica  per la prenotazione/vendita di una pluralità di servizi offerti dalle aziende comunali. Si trattava di uno strumento, pensato per rendere interoperabili le banche dati di Actv,Vela, Asm (ora Avm) Casinò, Venis, Venezia Marketing & Eventi (ora in Vela), Coses e Fondazione Musei,  mettendo  a sistema alcuni attori chiave del turismo cittadino. Nel quadro di questa azione di pianificazione, Venis avrebbe dovuto essere il soggetto competente, cui  il Comune di Venezia, affidava le attività  di sviluppo, integrazione e acquisizione delle componenti del sistema informatico, telematico e di telecomunicazione, necessari alla realizzazione del progetto; al  Coses,  sarebbero state assegnate funzioni di monitoraggio e valutazione del progetto complessivo e delle sue ricadute sulla città. Purtroppo, non mi risulta che questo progetto sia stato sostenuto dalla Giunta Orsoni, anzi il Coses,  Centro di ricerca qualificato, è stato chiuso. Venezia è, ad oggi, sprovvista di politiche e strategie per la regolazione  dei flussi turistici, divenuti sempre più impattantiRitengo che il progetto di Cacciari non possa essere accantonato, ma ripreso ed integrato in una logica di sviluppo ed inclusione di ulteriori attori cruciali: il Porto,  l’Aeroport o, le Ferrovie dello Stato e tutti soggetti del trasporto turistico privato, sviluppando un sistema di rete.E’ proprio nel fare rete la strategia vincente, utilizzando la rete quale strumento per la pianificazione e l’ intermediazione turistica,  garantendo una regolazione dei flussi turistici, secondo i principi di sostenibilità  e di sviluppo economico e sociale del territorio.Paolo Bonafe’Presidente Laboratorio VeneziaWww.laboratoriovenezia.it

Manovra finanziaria e equità sociale.

La manovra finanziaria del Governo prevede, fra l’altro, l’aumento  di un punto percentuale dell’ IVA. Si tratta di uno strumento, bocciato dalle associazioni di consumatori, sia perché comporta  un ulteriore carico per le famiglie italiane, sia perché diventa un  intervento depressivo dei consumi, con pesanti ricadute sullo sviluppo economico,  in un momento di grave crisi del sistema. Il Rapporto COOP 2011, evidenzia, inoltre, come il potere d’acquisto delle famiglie sia calato negli ultimi dieci anni del 7% e che ogni punto percentuale di IVA pesi, per ben 7 miliardi, sui consumi annuali. I settori più colpiti saranno certamente quelli dei beni di non prima necessità, quali auto, arredo casa, multimedia, elettrodomestici, abbigliamento e vacanze, rispetto ai quali gli Italiani hanno già concentrato la loro politica di risparmio, prolungando l’uso dei beni accessori, rispetto al passato, e programmando periodi di ferie sempre più brevi. Ma ora le famiglie dovranno contrarre anche le spese riferite ai beni di primaria importanza: alimentari,  servizi  e benzina.

In questo modo diventa evidente come l’aumento dell’IVA, veicolato quale strumento a basso impatto che coinvolge uniformemente gli italiani, colpisca, in realtà, solo le famiglie a basso e medio reddito, i cui consumi sono già contratti. L’IVA è solo uno degli esempi per dimostrare come questa manovra finanziaria sia lontana dal principio di equità fiscale previsto dall’art.53 della Costituzione “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.

Anche il cosiddetto contributo di solidarietà crea disparità, a parità di reddito, fra dipendenti pubblici e privati, ledendo il principio costituzionale dell’eguaglianza.

Si tratta, pertanto, di una manovra inadeguata ad introdurre riforme strutturali  in grado, ad esempio, di contrastare le  ampie fasce di evasione fiscale, che rappresenta una delle cause endemiche del nostro deficit pubblico, infatti, da valutazioni del centro studi di Confindustria di giugno 2010 emerge che l’evasione fiscale effettiva è senz’altro superiore a 125,5 miliardi di euro, che corrisponde a 344 milioni di euro al giorno e a 14,33 milioni all’ora.

In tal senso, andava costruito un intervento in grado di rendere “conveniente“ per i cittadini la richiesta di fatture e ricevute fiscali per tutte le prestazioni di cui usufruiscono: questo lo si può ottenere solo introducendo il sistema delle detrazioni / deduzioni fiscali fino al 30%, per tutte le attività e prestazioni professionali di cui quotidianamente ci avvaliamo. Inoltre, si potrebbe introdurre una norma che vincoli alla certificazione tutti i lavori svolti all’interno delle abitazioni, certificazioni da allegare, obbligatoriamente, agli atti di compravendita degli immobili.

Un ulteriore strumento anti evasione è rappresentato  dall’utilizzo obbligatorio  di bancomat e  carte di credito,  per le transazioni che superino i 250 euro.

La tracciabilità delle transazioni di ciascuno di noi,  permetterebbe di porre in relazione       il reddito dichiarato con il tenore di vita delle persone, mettendo in luce tutte le incoerenze  fra dichiarazioni di redditi basse e stili di vita lussuosi.

Paolo Bonafè

Lido di Venezia – 9/9/2011

La crisi di Eurolandia e quale politica economica per l’Italia

La crisi di Eurolandia e quale politica economica per l’Italia
L’ onda lunga della crisi economica continua ad impattare i paesi europei: dopo la crisi della Grecia, con il conseguente ri-finanziamento da parte della Comunità Europea, ora tocca all’Irlanda subire una analoga  situazione, per la catastrofica condizione in cui gravano le sue banche. Il problema riguarda l’enorme esposizione nei confronti del settore immobiliare che, ancora nel 2005, pesava per il 22% del PIL causando, già nel 2009, la recessione e la contrazione dello stesso PIL tra il 6 e il 7% . Ma lo scenario europeo  vede in particolare difficoltà il Portogallo e la Spagna, paese che nel Portogallo ha investito molti capitali nel settore immobiliare. A causa dei debiti/crediti tra queste due nazioni, alcuni analisti pongono il limite di default al primo trimestre del 2011, quando gli istituti finanziari dovranno pubblicare i dati della loro esposizione immobiliare;  alcune voci, riportate dal Financial Time Deutschland, parlano di pressioni affinché Lisbona richieda subito il salvataggio europeo, per consolidare le posizioni spagnole. Ambedue i Paesi stanno per emettere ingenti emissioni di buoni del tesoro per ricapitalizzare il proprio debito pubblico, rischiando di diventare vulnerabili alle azioni speculative internazionali, magari manovrate dai paesi emergenti o dagli Stati che non hanno interesse ad un Euro forte. In questa prospettiva la crisi di eurolandia diventerebbe  insostenibile e potrebbe causare problemi inflattivi di tale portata,  da far cadere anche l’Italia nella fase recessiva, e far propendere Francia e  Germania, paesi più forti, a rivedere la loro partecipazione ad una moneta unica. La crisi mette in luce il fallimento dell’Europa nell’esprimere una efficace capacità di governo, per le resistenze degli stati membri, che non hanno permesso si affermassero politiche economiche unitarie,  ma solo una  generica governance delle regole. Come conseguenza abbiamo un’ Europa a due velocità con il rischio di una rottura fra aree economicamente più forti, non più disponibili  a farsi carico di quelle più deboli. Si potrebbe, così, aprire una nuova fase che comporterebbe o la  revisione dei parametri europei, o l’uscita voluta od indotta dal sistema di alcuni paesi. L’Italia stessa si troverà a breve a dover rifinanziare  il proprio debito pubblico con una notevolissima emissione di titoli di stato e potrebbe finire oggetto degli stessi speculatori, che stanno mettendo in ginocchio la Spagna. La situazione richiede, con drammatica urgenza, un governo del Paese in grado di farsi carico, prima della fine dell’anno, di azioni prioritarie per salvaguardare  la nostra finanza da azioni di speculazione finanziaria. La prima è ridare stabilità, autorevolezza e credibilità alla politica italiana, fattori determinanti per la solidità economica del Paese, superando l’attuale stallo di un governo incapace di dare la giusta attenzione ai problemi degli italiani, perché proteso a difendersi da continui e progressivi scandali. L’ipotesi è un governo di ampia maggioranza che chiami alla corresponsabilità  tutti i soggetti in grado di assumersi l’onere di affrontare la crisi, adottando misure drastiche, anche se  impopolari. La seconda azione, è legata alla programmazione economico-finanziaria e riguarda la necessità di arrestare i processi di delocalizzazione industriale,  l’avvio di una incisiva lotta all’evasione fiscale, la promozione di un welfare che abbia la famiglia come soggetto prioritario e centrale. La terza azione riguarda la ricontrattazione della nostra partecipazione all’Euro, nella consapevolezza che,  se questo percorso non fosse praticabile, dovremmo affrontare una Exit Strategy, ovvero la valutazione di una nostra uscita dall’Euro,  secondo il modello adottato dal Regno Unito. Si tratta di una scelta prospettata da alcuni economisti, che comporterebbe inizialmente una forte crisi di adattamento ai mercati, ma che avrebbe sul futuro, ricadute favorevoli, poiché sostituirebbe il vincolo esterno, a cui ci sottopone l’Europa,  con una diretta responsabilità del nostro governo, che avrebbe la sovranità delle scelte economiche che ci riguardano e anche sulle strategie  delle alleanze globali. Si tratta di utopie o di fughe in avanti, certo è  che il primo trimestre del 2011 è alle porte, e lì potremo misurare le condizioni del nostro futuro.
Paolo Bonafè
Lido di Venezia 20/12/2010

La crisi di Eurolandia e quale politica economica per l’Italia

L’ onda lunga della crisi economica continua ad impattare i paesi europei: dopo la crisi della Grecia, con il conseguente ri-finanziamento da parte della Comunità Europea, ora tocca all’Irlanda subire una analoga situazione, per la catastrofica condizione in cui gravano le sue banche. Il problema riguarda l’enorme esposizione nei confronti del settore immobiliare che, ancora nel 2005, pesava per il 22% del PIL causando, già nel 2009, la recessione e la contrazione dello stesso PIL tra il 6 e il 7% . Ma lo scenario europeo vede in particolare difficoltà il Portogallo e la Spagna, paese che nel Portogallo ha investito molti capitali nel settore immobiliare. A causa dei debiti/crediti tra queste due nazioni, alcuni analisti pongono il limite di default al primo trimestre del 2011, quando gli istituti finanziari dovranno pubblicare i dati della loro esposizione immobiliare; alcune voci, riportate dal Financial Time Deutschland, parlano di pressioni affinché Lisbona richieda subito il salvataggio europeo, per consolidare le posizioni spagnole. Ambedue i Paesi stanno per emettere ingenti emissioni di buoni del tesoro per ricapitalizzare il proprio debito pubblico, rischiando di diventare vulnerabili alle azioni speculative internazionali, magari manovrate dai paesi emergenti o dagli Stati che non hanno interesse ad un Euro forte. In questa prospettiva la crisi di eurolandia diventerebbe insostenibile e potrebbe causare problemi inflattivi di tale portata, da far cadere anche l’Italia nella fase recessiva, e far propendere Francia e Germania, paesi più forti, a rivedere la loro partecipazione ad una moneta unica. La crisi mette in luce il fallimento dell’Europa nell’esprimere una efficace capacità di governo, per le resistenze degli stati membri, che non hanno permesso si affermassero politiche economiche unitarie, ma solo una generica governance delle regole. Come conseguenza abbiamo un’ Europa a due velocità con il rischio di una rottura fra aree economicamente più forti, non più disponibili a farsi carico di quelle più deboli. Si potrebbe, così, aprire una nuova fase che comporterebbe o la revisione dei parametri europei, o l’uscita voluta od indotta dal sistema di alcuni paesi. L’Italia stessa si troverà a breve a dover rifinanziare il proprio debito pubblico con una notevolissima emissione di titoli di stato e potrebbe finire oggetto degli stessi speculatori, che stanno mettendo in ginocchio la Spagna. La situazione richiede, con drammatica urgenza, un governo del Paese in grado di farsi carico, prima della fine dell’anno, di azioni prioritarie per salvaguardare la nostra finanza da azioni di speculazione finanziaria. La prima è ridare stabilità, autorevolezza e credibilità alla politica italiana, fattori determinanti per la solidità economica del Paese, superando l’attuale stallo di un governo incapace di dare la giusta attenzione ai problemi degli italiani, perché proteso a difendersi da continui e progressivi scandali. L’ipotesi è un governo di ampia maggioranza che chiami alla corresponsabilità tutti i soggetti in grado di assumersi l’onere di affrontare la crisi, adottando misure drastiche, anche se impopolari. La seconda azione, è legata alla programmazione economico-finanziaria e riguarda la necessità di arrestare i processi di delocalizzazione industriale, l’avvio di una incisiva lotta all’evasione fiscale, la promozione di un welfare che abbia la famiglia come soggetto prioritario e centrale. La terza azione riguarda la ricontrattazione della nostra partecipazione all’Euro, nella consapevolezza che, se questo percorso non fosse praticabile, dovremmo affrontare una Exit Strategy, ovvero la valutazione di una nostra uscita dall’Euro, secondo il modello adottato dal Regno Unito. Si tratta di una scelta prospettata da alcuni economisti, che comporterebbe inizialmente una forte crisi di adattamento ai mercati, ma che avrebbe sul futuro, ricadute favorevoli, poiché sostituirebbe il vincolo esterno, a cui ci sottopone l’Europa, con una diretta responsabilità del nostro governo, che avrebbe la sovranità delle scelte economiche che ci riguardano e anche sulle strategie delle alleanze globali. Si tratta di utopie o di fughe in avanti, certo è che il primo trimestre del 2011 è alle porte, e lì potremo misurare le condizioni del nostro futuro. Paolo Bonafè Lido di Venezia

La crisi persiste e l’occupazione è in calo

crisi e soldiMalgrado qualcuno segnali la fine della crisi, i dati provenienti dal mercato del lavoro indicano il permanere di una grave situazione economica. Il Rapporto ISTAT dello scorso 24 marzo, mostra come l’ultimo quadrimestre del 2009 sia stato caratterizzato da un ulteriore calo dell’occupazione e dall’aumento della disoccupazione. Risultano 2.145.000 le persone in cerca di lavoro, con un aumento del 20,8% rispetto allo stesso periodo del 2008, mentre il tasso di disoccupazione ha raggiunto l’8,6%: considerando tutto il 2009, il tasso di disoccupazione sale al 7,8% rispetto al 6,7% dell’anno precedente. Al protrarsi del calo dell’occupazione autonoma, dei dipendenti a termine, dei collaboratori, si associa l’amplificarsi della riduzione dei dipendenti a tempo indeterminato, in particolare nelle piccole imprese. L’incremento della disoccupazione continua a concentrarsi nel Centro-nord: in Veneto, nell’ultimo quadrimestre del 2009, sono 107.00 le persone  che cercano lavoro a fronte delle 82.000 dello stesso periodo del 2008.

I dati della crisi nella Regione vengono approfonditi dal Rapporto 2010 di Veneto Lavoro, che  segnala nel 2009 una  contrazione del PIL del 5,6%: in termini reali il nostro PIL procapite è tornato ai livelli del 1998.  Per il 2010 è previsto un recupero dello 0,5% e le proiezioni indicano il 2015 come anno in cui recupererà il livello del 2007: la caduta ha riguardato soprattutto le esportazioni (-17%) e gli investimenti (-13%); i settori  più sofferenti sono il  manifatturiero (-13%) e l’edile (-4,5%), che nel 2010 avrà un’ ulteriore flessione. La strada per la ripresa è quindi ancora in salita e richiede la capacità di cogliere  sfide importanti. 

 Paolo Bonafè Presidente www.laboratoriovenezia.it

La Rivincita della Campagna

paesaggio campagnaIn cento anni la nostra società ha subito profonde trasformazioni, che hanno visto il complesso passaggio dalla società rurale, a quella industriale, fino alla cosiddetta società  postmoderna.

Questi cambiamenti, che investono aspetti economici, sociali e culturali, hanno avuto come esito, fra gli altri, l ’abbandono delle campagne a favore di un imponente processo di inurbamento, che ha comportato la crescita caotica delle aree urbane, con alti costi di impatto ambientale.  Ma anche questo fenomeno ha avuto una battuta d’arresto,  perché le persone hanno iniziato a lasciare le grandi città, spinte dalla necessità di recuperare, sotto il profilo delle relazioni e del rapporto con la natura,  dimensioni di vita a misura d’uomo. In tale contesto, si sta affermando, proprio in questi ultimi anni, un nuovo interesse per la campagna e il mondo agricolo nel suo complesso, non solo come opportunità di svago e relax, ma come proposta praticabile di vita. A fronte della crisi del modello consumistico, quale unico paradigma di sviluppo, è stata superata la visione, che considerava il mondo agricolo come una realtà arretrata sotto il profilo socio-economico. Il ritorno alla campagna non rappresenta sicuramente un evento di massa, riguarda invece  percorsi biografici individuali, però indicativi di un’ emergente cultura, attenta alla produzione biologica, al recupero delle biodiversità, al mercato dei prodotti a Km 0. Ma oggi si rende necessario un investimento strategico, che recuperi e tuteli la nostra tradizione agricola e nel contempo la  rinnovi  con tecnologie rispettose dell’ambiente. Potrà diventare così concreto richiamo e opportunità di vita e di lavoro per molti giovani.

 

Paolo Bonafè  Presidente www.laboratoriovenezia.it

La settimana dei prodotti equo solidali

2009-10-17-Il-Venezia-Fate-la-spesa-giusta-con-l-eco-solidale-150x150Oggi, sabato 17 ottobre, si apre “ Io faccio la spesa giusta”, settimana nazionale che promuove la cultura e la consuetudine ad acquistare  prodotti provenienti dal mercato equo-solidale. Si tratta di prodotti che non contengono OGM e per la cui produzione non è stata esercitata alcuna forma di sfruttamento lavorativo, anche attraverso la garanzia di un giusto prezzo. Una pluralità di eventi animerà anche i capoluoghi del Veneto, con degustazione di prodotti, presentazione di libri, banchetti informativi, cene equosolidali: un modo per sensibilizzare e promuovere un mercato che, malgrado la crisi economica, risulta sorprendentemente in continua espansione. Fairtrade – Coordinamento internazionale dei marchi di garanzia  del commercio equo solidale – presenta una ricerca che evidenzia come l’Italia, fra i 15 paesi  oggetto dell’indagine, sia quello con la maggiore percentuale  di “consumatori attivi”, ovvero di persone che nutrono un’alta aspettativa rispetto alle responsabilità sociali, economiche e ambientali delle aziende. In Italia le vendite sono passate, dai 39 milioni di euro del 2007, ai 43,5 milioni del 2008. Sul piano internazionale i consumatori hanno scelto i prodotti certificati Fairtrade,  spendendo circa 2.9 miliardi: the e cotone sono i prodotti che hanno maggiormente incrementato la vendita, ma anche l’acquisto di caffè e  banane continua a crescere. Va, inoltre, sottolineato l’esito più significativo di questo nuovo modello di consumo, messo in luce dal dato, relativo ai  5 milioni di persone che, nei paesi produttori, ricevono benefici sociali ed economici dal mercato equo solidale.

Raccogliamo, pertanto, l’invito a fare la spesa giusta!

Paolo Bonafè

Laboratorio Venezia

La dimensione politica della spesa quotidiana

La dimensione politica della spesa quotidiana
Il cosiddetto cittadino comune rischia di avvertire un senso di impotenza rispetto alla possibilità di incidere, in modo significativo, in una società, dominata dal potere delle grandi lobby economiche. Eppure, il ruolo di consumatori, cui siamo relegati, non è così passivo come può sembrare di primo acchito: è nello spazio della scelta, che si determina il potere di cui ognuno di noi dispone nella dimensione del vivere quotidiano. Il fare la spesa non è, infatti, un’azione neutra e ce lo spiega bene l’economista Leonardo Becchetti, in un libro di fresca pubblicazione dal titolo “Il voto nel portafoglio”.
Acquistare, orientati da una scelta consapevole, compiuta valutando la filiera di produzione, la sostenibilità ambientale e la qualità dei prodotti, ci fa uscire dalla logica di meri consumatori, e ci permette di essere attori che incidono sul sistema socio-economico. Non stiamo delineando uno scenario utopistico, ma cogliamo, attraverso la lettura di segnali già presenti nella nostra realtà, una tendenza che si va lentamente affermando: l’espansione del mercato equosolidale, il successo dei prodotti a Km 0, il moltiplicarsi delle campagne per promuovere la bevibilità dell’ acqua del rubinetto di casa. L’esperienza dei gruppi di acquisto, che apre alla dimensione collettiva delle scelte, mostra la percorribilità di un consumo critico, che tutela gli acquirenti, in termini economici e di qualità degli alimenti, ma anche esprime una domanda di eticità, per indirizzare il mercato verso un modello, che ponga al centro le persone e le relazioni. Cambiare le nostre modalità di consumo condiziona e trasforma il sistema economico.
Paolo Bonafè – Presidente Laboratorio Venezia

L’ultimo allarme della FAO e la crisi mondiale

La grande speranza degli uomini dell’ultimo scorcio del XX° secolo, era contrassegnata dal convincimento che il nuovo millennio si sarebbe caratterizzato per un nuovo ordine mondiale, che avrebbe visto, grazie allo sviluppo sociale, economico e tecnologico, la sconfitta della povertà e della fame, l’affermarsi di un processo di pace e di riequilibrio nella fruizione delle risorse della Terra. Lo scenario che ci troviamo a vivere, mostra l’illusorietà di quella speranza: abbiamo conosciuto terrorismo, guerre e una crisi socio-economica di tali proporzioni, da imporre un ripensamento del nostro modello di sviluppo. In questo contesto, interviene l’allarme della FAO, che ci segnala il più grande scandalo dei nostri tempi: un sesto della popolazione mondiale soffre la fame e, nel 2009, rispetto all’anno precedente, aumenteranno di cento milioni le persone, che vivono questa condizione.
La situazione più drammatica riguarda l’ Africa subsahariana con un terzo della popolazione che patisce la fame, seguono l’Asia e l’Oceania, l’America Latina, il nord Africa e il Medio Oriente. Ci colpisce anche scoprire che, tra le pieghe del benessere dei paesi occidentali, 15 milioni di persone vivano una condizione di denutrizione. La recessione economica sta colpendo i paesi del terzo mondo attraverso la stretta creditizia, la drastica riduzione degli aiuti e la caduta delle esportazioni. Gli studiosi stimano per il 2015, un aumento della morte per denutrizione di 200-400 mila bambini. Un quadro drammatico si profila per il futuro dell’umanità, fatto di ingiustizie sociali, fame e pesanti rischi di guerra: il tema cruciale della redistribuzione delle ricchezze e delle risorse non è più rinviabile.
Paolo Bonafè – Presidente Laboratorio Venezia