Oggi, sabato 13 giugno, a Roma, l’Associazione Lunaria presenta il Libro bianco sul razzismo. I curatori del volume pongono un quesito di fondo, per nulla banale, su come, nel nostro paese, gli episodi di razzismo non siano ascrivibili alla dimensione dell’eccezionalità, ma piuttosto rientrino in un approccio culturale, che investe in modo diffuso la nostra vita sociale. La ricerca, partendo dall’esame dei 319 casi che, dal 2007 all’aprile del 2009, sono entrati nelle pagine di cronaca dei nostri quotidiani, sfata l’opinione generale che definisce gli episodi di razzismo fatti isolati, non incardinati in un processo culturale che attraversa in modo complessivo il nostro paese, ma mostra come invece appartengano, purtroppo, all’ ordinarietà. Lo studio, inoltre, attraverso la rilettura del linguaggio giornalistico e delle modalità di riportare le notizie, indaga sulla rappresentazione, veicolata dai media, del fenomeno immigrazione, alimentando, attraverso l’attivazione di paure profonde, una cultura orientata al rifiuto e all’intolleranza nei confronti dello straniero. La stigmatizzazione delle persone consolida gli stereotipi, crea un corto circuito, fatto di diffidenza, pregiudizi ostilità, e favorisce un clima che ostacola qualsiasi processo, orientato alla costruzione di una società multietnica, come di fatto sta diventando quella del nostro paese, fondato sulla convivenza civile e rispetto reciproco. La preoccupazione che Lunaria segnala è forte e rappresenta un richiamo importante al reale pericolo che vede la cultura razzista permeare la vita sociale italiana.
Paolo Bonafè
Presidente Laboratorio Venezia
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Per una nuova amministrazione del territorio
La progressiva attuazione del principio di sussidiarietà, attraverso il quale Stato, Regioni, Enti Locali hanno favorito e promosso il ruolo dei cittadini nello svolgimento di attività di interesse generale, ha prodotto l’ affermarsi di un nuovo modello di governo territoriale in cui, pubblica amministrazione e cittadini, singoli e associati, concorrono alla costruzione del bene comune.
In questo nuovo scenario il ruolo delle amministrazioni si è gradualmente spostato: da soggetti erogatori di beni e servizi, a soggetti chiamati a sviluppare politiche pubbliche, orientate a governare la complessità sociale. Oggi, la partecipazione dei cittadini all’organizzazione del Paese esce dallo schema di riferimento tradizionale, che relegava tale funzione al diritto di voto o all’iscrizione a partiti politici e sindacati, diventa una nuova forma cittadinanza, capace di esprimere una maggiore e diversa responsabilità. Parallelamente, anche l’amministrazione deve dotarsi di nuovi strumenti per regolare il sistema, in cui agiscono una pluralità di soggetti pubblici e privati: capacità di ascolto, di mediazione, di promozione del capitale sociale delle comunità locali, oggi capaci di grande mobilitazione. La realizzazione della TAV in Piemonte, che ha visto il coinvolgimento attivo di interi paesi contro un progetto di interesse nazionale, ma avvertito come lesivo per quello specifico territorio, è la dimostrazione di quanto sia importante costruire dialogo, modelli di decisione partecipata fra amministrazione e cittadini, mediante il coinvolgimento di tutti i soggetti portatori di interesse sulla specifica questione.
Paolo Bonafè
Presidente Laboratorio Venezia
Quale è il ruolo delle Province nel governo del territorio.
Ci apprestiamo, nel prossimo mese di giugno, ad andare alle urne per il rinnovo anche di moltissime amministrazioni provinciali: l’ente Provincia, da anni, è al centro di un dibattito nazionale che, di volta in volta, ne evidenzia il ruolo cruciale, nel sistema di governo dei territorio, o ne sottolinea l’inutilità, quale cascame di una concezione burocratica dello Stato. Una riflessione sulla funzione di questo Ente locale può, pertanto, fornirci di maggiore consapevolezza nel nostro ruolo di elettori. In questo ci supporta la normativa, che attribuisce alla Provincia una preziosa funzione di raccordo fra la fase di programmazione, competenza propria della Regione, e quella di gestione, di cui sono titolari i Comuni. La legislazione italiana, infatti, ha attribuito agli Enti locali, un assetto caratterizzato da autonomia con competenze differenziate, promuovendo, nel contempo, forme di governo associate ed integrate. Nel complesso scenario territoriale, l’azione di coordinamento della Provincia si esprime, nel rispetto del principio di sussidiarietà verticale, attraverso azioni di pianificazione degli interventi, garantendo funzioni di interesse sovra comunali, denominate di “area vasta”, garantendo, in ambiti che richiedono governo ed integrazione di politiche diverse, economie di scala, ma anche il superamento del rischio di frammentazione degli interventi e di marginalizzazione dei territori più periferici. Il livello di governo espresso dalla Provincia diviene, pertanto, strategico nella prospettiva di un processo di riequilibrio a sostegno dei singoli comuni e cruciale nella promozione dello sviluppo locale.
Paolo Bonafè
Presidente Laboratorio Venezia
Investire sui giovani, risorsa della società
Offrire ai giovani opportunità e spazio per la loro realizzazione, rappresenta, per ogni società, la capacità di garantire agli individui il diritto a sviluppare e valorizzare le proprie capacità e competenze, nel contempo, significa, anche, costruire le condizioni, per garantire a se stessa un futuro, in una continua prospettiva di sviluppo. Questo approccio mostra come l’interesse del singolo sia strettamente coniugato all’interesse della comunità, ma questa attenzione sembra poco presente nel nostro paese dove, al di là della retorica sul ruolo dei giovani, l’investimento su questo prezioso capitale umano è scarso. I fenomeni della “fuga delle intelligenze” all’estero, quello degli inserimenti lavorativi che non riconoscono le competenze e i talenti, coniugati a quello della “gerontocrazia” che regge il paese, sono indicatori di una politica miope, che non investe sulle nuove generazioni, quale risorse strategiche per garantire al nostra società crescita e sviluppo, condannandola ad un impoverimento culturale e sociale. Il rischio di una generazione di giovani che si sente esclusa dalle opportunità, che avverte il proprio futuro incerto e precario, depotenzia la società nel suo complesso. La politica è chiamata ad assumersi la responsabilità di un cambiamento di rotta, a superare la logica delle caste e dei privilegi, su cui, ad oggi, si regge ancora il nostro paese, caratterizzato da una scarsa mobilità sociale. Si chiede di passare dalle sterili politiche giovanili di settore, alla contaminazione trasversale di tutta l’azione politica con l’attenzione all’investimento a creare le classi dirigenti e l’intero tessuto sociale del prossimo futuro.
Paolo Bonafè
Il messaggio di Pace di Papa Benedetto XXVI
Il messaggio di pace di Papa Benedetto
Papa Benedetto XVI, nel tradizionale messaggio del 1°gennaio, 40°giornata mondiale della pace, intitolato Famiglia Umana, Comunità di Pace, ha voluto fortemente sottolineare la centralità della famiglia, quale paradigma e fondamento della comunità dei popoli: quest’ultima, infatti, per vivere in pace è chiamata ad ispirarsi ai valori che reggono la comunità familiare. Fra i moltissimi passaggi interessanti del messaggio, alcuni, in particolare, rappresentano un richiamo cruciale per tutta la comunità civile: nessuno di noi si trova casualmente a vivere l’uno accanto all’altro, ma stiamo tutti percorrendo uno stesso cammino come uomini e donne, quindi come fratelli e sorelle; la terra va considerata come casa dell’intera famiglia umana, quindi non oggetto funzionale ai nostri bisogni egoistici. Queste due sollecitazioni, da sole, rappresentano un forte appello al rispetto e alla responsabilità di ciascuno nei confronti degli altri uomini, nostri compagni di strada, e dell’ambiente, casa comune da tutelare e salvaguardare. Anche l’analisi sull’attuale assetto mondiale, caratterizzato da conflitti, guerre civili, carestie ed aumento della povertà, individua le azioni improcrastinabili da perseguire, quali un’efficace smilitarizzazione e lo smantellamento progressivo e concordato delle armi nucleari esistenti; l’intensificazione di un dialogo fra le nazioni per una gestione delle risorse del pianeta, finalizzato ad un’equa distribuzione delle ricchezze, mediante un’organizzazione economica non sottoposta all’unica e mera logica del guadagno immediato. Se per il 2009, facessimo nostri questi richiami, potremmo finalmente vivere un anno migliore, di serenità, pace e speranza.
Paolo Bonafè
Laboratorio Venezia
l’attualità della Dichiarazione dei Diritti dell’uomo.
L’attualità della Dichiarazione dei Diritti dell’uomo.
"Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti”: è questo il primo articolo della Dichiarazione Universale Dei Diritti Dell’Uomo, adottata il 10 dicembre 1948 dall’ Assemblea Generale delle Nazioni Unite, che, di fronte agli orrori e alle lacerazioni causati dal secondo conflitto mondiale, affermava, attraverso questa Carta, i diritti inalienabili della persona umana. Nasciamo tutti uguali e liberi, tutti gli individui hanno diritto alla vita, a un tetto, nessuno può essere vittima di tortura: questi principi fondanti esprimevano l’ideale comune da raggiungere da parte di tutti i popoli e tutte le nazioni, attraverso progressive misure di ordine nazionale e internazionale. Le più grandi aspirazioni dell’uomo erano chiamate, superato un momento storico di efferata barbarie, ad orientare l’ edificazione di un nuovo assetto mondiale. Ma, a 60 anni dalla Dichiarazione, il cammino per riconoscimento della dignità di ogni uomo non è giunto a compimento: ancora oggi centinaia di milioni di esseri umani hanno costantemente minacciati i loro diritti alla vita, alla libertà, alla sicurezza. Va preso drammaticamente atto che non vengono rispettati i principi di uguaglianza e dignità, mentre nuove barriere vengono innalzate per motivi legati alla razza, al colore, al sesso, alla lingua, alla religione, alle opinioni politiche o alla appartenenza nazionale delle persone. E’ più che mai necessario che l’anniversario della Dichiarazione, celebrato in questi giorni, non si riduca ad una formale commemorazione, ma dia impulso al recupero di una rinnovata determinazione, affinché gli stati garantiscano ai cittadini l’effettivo godimento dei diritti umani.
Paolo Bonafè
Laboratorio Venezia
La lezione di MORO sulla laicità
Il 16 marzo ricordiamo i trent’anni dalla strage di via Fani: il rapimento di ALDO MORO, il massacro della sua scorta e il suo assassinio, dopo 56 giorni di prigionia, segnarono in modo lacerante e irreversibile la storia della nostra Repubblica.
Ricordare, non è solo un dovere legato al rispetto e alla memoria, significa, anche, in un momento storico, segnato da troppe confusioni sul rapporto fra fede e politica, recuperare le radici più autentiche del significato che assume per un credente l’impegno civile.
Moro è stato il rappresentante più significativo di una generazione di giovani intellettuali cattolici che, al termine del secondo conflitto mondiale, volle, nel solco tracciato da Alcide De Gasperi, dedicarsi alla fondazione e costruzione dello stato democratico, prima nell’assemblea costituente, e poi nell’azione di governo.
Moro fu leader di quel cattolicesimo democratico cui va il merito di aver dimostrato che esiste una conciliabilità fra cristianesimo e democrazia, anzi la possibilità di un arricchimento della democrazia attraverso i valori e la tradizione religiosa.
In lui erano presenti una grande capacità di dialogo e di ascolto delle ragioni dell’altro, di lucidità nella lettura dei segni di cambiamento nella storia del nostro paese, di apertura a nuove prospettive dell’azione politica, costruendo le condizioni per l’entrata dell’allora Partito Comunista Italiano nell’area del governo.
Raffinato intellettuale, politico sapiente, rimase sempre un uomo profondamente fedele e coerente ai valori del cattolicesimo, pur nell’ autonomia dalla gerarchia ecclesiastica: il suo pensiero sul rapporto fra i cattolici impegnati in politica e la Chiesa, è ancora oggi di assoluta attualità e di alto valore morale.
Mi sembra che il suo pensiero possa essere pienamente colto nel discorso che questi fece al congresso nazionale della DC a Napoli nel 1962, dove in particolare dedicherà al tema della fatica che comporta l’essere cattolici impegnati in politica, questo passaggio della sua relazione: «per svolgere con vantaggio il difficile processo di attuazione della idea cristiana nella vita sociale […]. Anche per non impegnare in una vicenda estremamente difficile e rischiosa l’autorità spirituale della Chiesa c’è l’autonomia dei cattolici impegnati nella vita pubblica […]. L’autonomia è la nostra assunzione di responsabilità, è il nostro correre da soli il nostro rischio, è il nostro modo personale di rendere un servizio e di dare, se è possibile, una testimonianza di valori cristiani nella vita sociale. E nel rischio che corriamo, nel carico che assumiamo c’è la nostra responsabilità morale e politica…».
Da questo, credo, si possa evincere il suo grande insegnamento sulla laicità, che riguarda lo sforzo della comprensione, del rispetto, dell’ascolto reciproco, accompagnati ad un sentimento di inquietudine, derivante da un profondo senso di responsabilità, che deve essere la caratteristica pregnante dell’impegno politico dei cristiani.
Paolo Bonafe’
Presidente Laboratorio Venezia
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Si torna al voto senza aver riscritto le regole
I prossimi 13 e 14 aprile si torna, quindi, a votare con la legge elettorale “porcellum”: a nulla sono valsi i richiami da parte del Capo dello Stato, delle forze sindacali ed imprenditoriali ai partiti politici circa la necessità di un governo tecnico, funzionale a riscrivere le regole elettorali per garantire governabilità al Paese.
Questo richiamo alla responsabilità non è stato raccolto da tutti, a dimostrazione di quanto affermavano politologi e referendari (che avevano raccolto ben 800 mila firme per indire il referendum sulla legge elettorale), circa la volontà e l’interesse di molti partiti ad affossare il referendum, indirizzato a modificare l’attuale legge elettorale in senso maggioritario.
Quindi si tornerà a votare come nel 2006: la scelta dei deputati e senatori verrà fatta dalle segreterie dei partiti, ci si potrà candidare in più collegi per poi sceglierne uno, in accordo con il partito, magari per escludere un candidato poco organico alle lobbyes. Ancora una volta la politica, quindi, ha compiuto scelte in contrasto con la volontà espressa dai cittadini: il rischio è l’incremento dell’astensione al voto e l’ aumento della dicotomia fra società civile e “palazzo”. Eppure, in questo scenario di criticità, si possono individuare due importanti elementi innovativi: il Partito Democratico, che ha dichiarato di voler concorrere alle votazioni da solo, e che viene accreditato nei sondaggi al 30%, e la “Rosa Bianca”, che esprime un’area di centro di ispirazione cattolica, accreditata al 12%, autonoma dall’egemonia berlusconiana.
Questi due nuovi soggetti possono rappresentare le novità della politica italiana a garanzia di un esito non scontato della campagna elettorale.
Paolo Bonafe’
Presidente laboratorio Venezia
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La crisi economica delle famiglie e la crisi delle istituzioni
Il Monte dei Pegni di Venezia ha messo all’asta, nei giorni scorsi, gioielli per 50.000 euro; risultano inoltre 7000 le polizze di pegno annuali, erogate per piccoli “debiti a pegno “ di un valore tra i 300 e i 1000 euro.
Questi dati sono indicativi di una sofferenza economica che sta attraversando molte famiglie, non solo di fronte a investimenti importanti, ma anche nella gestione di bisogni legati alla quotidianità.
La perdita del potere d’acquisto dei salari, fermi al 2000, è esperienza concreta e condivisa e sta acquisendo la dimensione di un processo di impoverimento diffuso, che si sta diffondendo nel ceto medio, causando l’allargamento della forbice fra chi è benestante e chi non lo è più o non lo è mai stato.
La forte situazione di difficoltà economica amplifica la sfiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni, tanto più quando trova conferma nel malcostume e nei privilegi di casta che caratterizzano stili di vita della politica, nella scarsa qualità dei servizi erogati, nell’evasione fiscale garantita ancora a troppi e alla alta pressione fiscale sulle spalle di una sola parte del paese.
A conferma di ciò, può essere interessante leggere questi dati: il gettito fiscale in Italia, nel 2007, ammontava a 456,3 miliardi di euro mentre, in Germania, con un numero di contribuenti superiore di circa un terzo, ammontava a 539 miliardi di euro.
Ma a fronte di questo dato, l’Italia si pone agli ultimi posti per investimenti in infrastrutture, viabilità, ricerca e sviluppo.
In questo contesto facilmente germinano sentimenti qualunquisti e fatalisti su cui attecchiscono campagne populiste e di antipolitica.
Questi elementi, fonte di autentica preoccupazione, dovrebbero fungere da forte richiamo per tutti coloro che presiedono le istituzioni del paese, per un lavoro responsabile e corale, condizione indispensabile per riavviare un processo di dialogo con i cittadini.
Paolo Bonafe’
Presidente Laboratorio Venezia
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Puntiamo al cambiamento della Politica per recuperare la dimensione etica dell’impegno civile
E’ di questi giorni il risultato di un sondaggio effettuato dalla EURISPES sulla fiducia degli italiani verso le istituzioni: ne emerge un quadro di grande criticità del rapporto cittadino – istituzioni, che vede confermare e rafforzare un trend già in atto da alcuni anni. Non ci si può limitare ad esprimere sentimenti di preoccupazione senza cogliere quali pesanti ricadute contenga questo segnale di grande malessere. In particolare vorrei proporre una riflessione sulla crisi del rapporto cittadino/partiti che si traduce in disaffezione, disinteresse e perdita di fiducia nel sistema rappresentativo. I partiti politici sono in continua perdita di credibilità ( raccolgono solo il 14% di fiducia): la loro azione sembra più orientata ad alimentare la litigiosità, gli interessi e i privilegi particolari, piuttosto che la tutela del bene della cosa pubblica.
Accanto alla percezione di un degrado morale, i cittadini avvertono un’incapacità nel dare risposte efficaci e in tempi brevi alle difficoltà socio-economiche che attraversano la società.
La crisi dei partiti come strumenti di mediazione e di sintesi dei problemi della società, rischia di diventare un elemento strutturale che alimenta pericolose forme di ”antipolitica”
Va, pertanto, avviato con urgenza un processo di cambiamento che riguardi nel complesso tutto il sistema di relazioni fra il livello politico/decisionale e il cittadino. Nell’immediato, per avviare un percorso che riduca il gap esistente, va garantita al Paese una nuova legge elettorale, quale risposta concreta alla grande adesione di partecipazione al referendum, ma è altrettanto indispensabile che la politico esca dal corto circuito dell’autoreferenzialità, recuperando la dimensione etica propria dell’impegno civile.
Paolo Bonafe’
Presidente Laboratorio Venezia
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