La Shoah non è un capitolo lontano della storia, né un evento da relegare alla sola commemorazione rituale. È una ferita incisa nella coscienza dell’Europa e dell’umanità intera, un abisso morale che continua a interrogarci sul senso della responsabilità, dell’indifferenza e della dignità umana.
Nel Novecento, il regime nazista mise in atto un progetto sistematico di sterminio del popolo ebraico: milioni di uomini e donne, anziani, giovani, bambini e neonati furono uccisi. Alcuni immediatamente, altri dopo un percorso di umiliazione, violenza, privazione dei diritti e annientamento della persona.
Pochissimi sopravvissero ai campi di concentramento, portando per tutta la vita ferite fisiche e interiori che nessun tempo potrà cancellare.
Il termine Shoah, introdotto da Elie Wiesel, sopravvissuto ad Auschwitz e Premio Nobel, sostituisce consapevolmente la parola “olocausto”, che richiama un sacrificio religioso e risulta inadeguata a descrivere una strategia di sterminio pianificata e industriale. La Shoah non fu un sacrificio: fu un crimine contro l’umanità.
Il 27 gennaio, Giorno della Memoria, istituito in Italia con la legge n. 211 del 2000, ricorda l’abbattimento dei cancelli di Auschwitz. Ma la memoria non è solo ricordo: è responsabilità.
Davanti a quel genocidio, nessuno poté dirsi davvero innocente. Troppi voltarono lo sguardo, troppi scelsero il silenzio o l’indifferenza. Ed è proprio questa lezione che rende la Shoah drammaticamente attuale.
Per questo è fondamentale affermare con chiarezza un principio: la Shoah non può e non deve essere confusa, strumentalizzata o sovrapposta alle guerre e ai conflitti del presente, compreso quello tra Israele e Palestina.
La Shoah è un fatto storico unico, documentato, concluso nel tempo ma non nelle conseguenze morali. Mescolarla al dibattito geopolitico contemporaneo significa indebolire la verità storica e tradire il senso stesso della memoria.
Allo stesso tempo, la scuola deve restare il luogo della conoscenza, non dell’indottrinamento. Studiare la Shoah significa trasmettere fatti, responsabilità, contesto e conseguenze.
E affrontare i temi complessi dell’attualità, come la questione israelo-palestinese, significa garantire agli studenti il diritto al confronto, al contraddittorio, all’ascolto delle diverse tesi in campo, nel rispetto delle persone e delle storie.
Educare non è semplificare, ma dare strumenti critici per comprendere.
La memoria della Shoah deve dunque renderci più vigili di fronte a ogni forma di odio, razzismo e disumanizzazione, oggi come ieri.
Le persecuzioni, le discriminazioni, la violenza contro i più deboli continuano a segnare il nostro tempo, dimostrando che la barbarie non appartiene solo al passato.
Ricordare significa scegliere. Scegliere di non essere indifferenti, di non accettare messaggi di odio e di isolamento, di costruire ogni giorno anticorpi civili fatti di solidarietà, rispetto e responsabilità. Perché la memoria autentica non divide: educa, unisce e obbliga ciascuno di noi a fare la propria parte.
Paolo Bonafé