QUARS e qualità della vita in Veneto.

Con la pubblicazione  del VI° “Rapporto QUARS – Come si vive in Italia?”,  la “Campagna Sbilanciamoci” offre un prezioso contributo alla conoscenza della situazione socio economica italiana. Il QUARS- Indice di Qualità dello Sviluppo Regionale – aiuta a rappresentare lo stato di salute   del paese,  attraverso  un utilizzo multidimensionale di una pluralità di macro  indicatori, che restituiscono una fotografia articolata, capace di coniugare aspetti relativi all’ambiente, all’ economia e lavoro, ai  diritti e cittadinanza, alla salute, all’istruzione, alle pari opportunità e alla partecipazione. Emerge un quadro conoscitivo, che mette in luce le condizioni efficaci a determinare  la qualità della vita dei cittadini e mostra come un modello di sviluppo, per definirsi tale, debba contemplare e fondarsi sui principi di sostenibilità, qualità, equità, solidarietà e pace. Attraverso questo sistema di indicatori è possibile stilare una classifica  delle regioni, che vede il Veneto collocarsi complessivamente  al 9° posto. Una lettura più approfondita, mostra la nostra Regione posizionarsi brillantemente al 2° posto per l’ambito economia e lavoro,  di situarsi con successo, all’ 8° posto – recuperando 7 posizioni – per quanto concerne la qualità ambientale,  ma di scivolare al 12° posto, con indicatori di segno negativo, per quanto riguarda l’istruzione e la cultura. Il Veneto mostra, anche,  valori positivi nell’area della partecipazione, dei diritti, della cittadinanza e della salute. Il Rapporto QUARS, mettendo in luce i  punti di forza e di debolezza del nostro modello di sviluppo, offre contributi e stimoli al dibattito sul futuro del nostro territorio.

Paolo Bonafè  Presidente Laboratorio Venezia

L’Earth Overshoot Day

Per il nostro pianeta, lo scorso 25 settembre è stato l’ Earth Overshoot Day, ovvero il giorno in cui abbiamo utilizzato tutte le risorse rinnovabili della Terra, a nostra disposizione per il 2009. Dal giorno successivo abbiamo, pertanto, iniziato a consumare quelle destinate a sostenerci nel prossimo futuro: questo dimostra che stiamo vivendo in  uno stato di strutturale debito ecologico e, con la voracità del nostro modello di consumo, non diamo tempo al pianeta di ricostruire  e rinnovare le proprie risorse. Se, nel 1986, l’ Earth Overshoot Day ha coinciso con il 31 dicembre, garantendo una situazione di pareggio, gradatamente, negli anni successivi, siamo retrocessi fino alla data di quest’anno, che evidenzia come abbiamo consumato il 40% in più delle risorse, a nostra disposizione. Potremmo paragonare questa situazione a quella di una famiglia, che vive sistematicamente ipotecando di anno, in anno, i propri redditi futuri. Gli studiosi prevedono che, in base all’attuale trend di consumi, già nel 2050, necessiteremo del doppio delle risorse, prodotte attualmente dalla Terra. In tal senso, va apprezzato l’importante segnale che è pervenuto al mondo dalla condivisa preoccupazione di USA e Cina, circa la necessità di urgenti interventi, per contrastare i cambiamenti climatici e il loro  nefasto  impatto sull’ecosistema. Ma siamo anche consapevoli dell’urgenza, al di là delle enunciazioni di principio, di modificare  rapidamente i nostri stili di vita: vanno, pertanto, valorizzate e promosse tutte quelle esperienze, che si stanno affermando nella società civile, che  stimolano e agiscono concreti cambiamenti dei comportamenti quotidiani.

Paolo Bonafè – Presidente Laboratorio Venezia

La dissalazione del mare quale nuova frontiera per la soluzione delle emergenze idriche ed energetica mondiali.

La carenza di risorse idriche e la loro fruibilità, assieme al progressivo aumento di fabbisogno energetico, rappresentano le due emergenze che investono il futuro dell’uomo e del pianeta Terra. In questo scenario di preoccupazione ed allarme, diventa quanto mai interessante il progetto della General Electric statunitense, finalizzato alla costruzione di centrali che, con il calore sviluppato durante la produzione di elettricità, alimentino il processo di dissalazione, dell’acqua di mare, rendendola disponibile agli usi commerciali, domestici e fonte energetica per il futuro. Il processo si basa sul principio che in natura permette alle piante di nutrirsi (osmosi): in questo caso esso viene “invertito”, l’acqua, infatti, attraversa, dalla soluzione meno concentrata verso quella più concentrata, membrane artificiali semimpermeabili, uscendo da questo filtraggio desalinizzata. Da questi impianti si dovrebbero ottenere 800.000 metri cubi di acqua potabile al giorno e 80.000 megawatt di energia. Ad oggi, le criticità sono rappresentate dalla fonte energetica di trasformazione, ancora basata sui combustibili fossili e dal fatto che tali centrali possono svilupparsi solo lungo le coste; quando, però, sarà possibile utilizzare energia solare e convogliare nell’entroterra l’acqua di mare, questa tecnologia garantirà maggiore tutela per l’ecosistema e sosterrà lo sviluppo socio economico dei paesi oggi più poveri. A conferma dell’interesse che gravita attorno al progetto, ci sono i duemila miliardi di dollari, investiti, per i prossimi otto anni, dai Paesi del Medio Oriente.
Paolo Bonafe – Presidente Laboratorio Venezia

Nuove frontiere per il fabbisogno energetico: gli idrati di metano

Nuove frontiere per il fabbisogno energetico: gli idrati di metano

Il continuo incremento di fabbisogno energetico rappresenta un’incessante spinta alla ricerca di nuove fonti. In questa linea si colloca la scoperta, negli anni ’90, degli “idrati di metano”, cristalli la cui formazione è dovuta a processi di decomposizione della sostanza organica che, si accumula all'interno dei sedimenti, per risalire verso la superficie. Qualora si tratti di un fondale marino, il gas liberato si combina con l'acqua fredda delle profondità abissali e forma una sorta di "ghiaccio": le molecole di acqua cristallizzano, formando strutture "a gabbia", all'interno delle quali si trovano intrappolate molecole di metano, l'acqua, ghiacciando, comprime il gas, che assume un'elevatissima densità. Tali gas, recuperabili mediante depressurizzazione e stimolazione termica, sono presenti, in quantità superiori alle riserve di tutti gli altri combustibili fossili, soprattutto nei fondali oceanici, nei ghiacci polari più profondi e nelle zone continentali ricoperte da permafrost (Canada, Alaska, Usa, Giappone, India e Cina). Lo sfruttamento di questi giacimenti comportano però criticità dovute sia al trasporto del gas, sia alla struttura degli stessi idrati, che fungono da “collante” delle scarpate continentali per cui, la loro “liberazione” potrebbe causare, con la destabilizzazione dei sedimenti, fenomeni di franamento, con conseguente fuoriuscita di grandi quantità di metano che portano ad un rischio di aumento dell'effetto serra. La ricerca ha investito ingenti capitali per sviluppare tecnologie in risposta ai problemi evidenziati, per cui tra 10-20 anni gli idrati di metano potrebbero diventare una delle più importanti fonti energetiche.

Paolo Bonafè
Presidente laboratorio Venezia
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La progressiva emergenza idrica esige un modello di sviluppo eco-compatibile.

La progressiva emergenza idrica esige un modello di sviluppo eco-compatibile.
Il problema relativo alla disponibilità di risorse idriche e alla loro fruibilità, è motivo di grande preoccupazione per l’intera comunità mondiale. Alcuni dati possono aiutarci a riflettere: solo il 2,5% dell’acqua presente sulla Terra è “dolce”, di questa percentuale, ben i 2/3 forma i ghiacci polari. Il 70% delle risorse idriche è attualmente impiegato in agricoltura: il Consiglio mondiale delle acque sostiene che, da qui al 2020, per sfamare il mondo, sarà necessario impiegare un 17% in più d’acqua. Contemporaneamente, l’ONU ci segnala la drammatica condizione di 968 milioni di abitanti della Terra, privi di accesso a fonti di acqua pulita e del 33% della popolazione mondiale, che non ha accesso all’acqua potabile. Di fronte all’ obiettivo di dimezzare, entro il 2015, questa percentuale, i dati disponibili evidenziano, invece, un trend negativo: nel 1995 erano 436 milioni le persone, appartenenti a 29 paesi, interessate da problemi di approvvigionamento idrico, nel 2025 – stima la Banca Mondiale – le persone saranno 1,4 miliardi e apparterranno a 48 paesi; nel 2035 il dato riguarderà ben 3 miliardi di persone. Secondo le Nazioni Unite, sarebbero necessari 30 anni di investimenti a 180 miliardi di dollari l’anno, per garantire la sicurezza idrica a livello mondiale mentre, attualmente, gli investimenti ammontano a soli 70-80 miliardi di dollari. Questo “bombardamento” di dati, elaborati da fonti accreditate a livello mondiale, devono tradursi in una politica internazionale volta a garantire un modello di sviluppo eco-compatibile, ma dovrebbe interrogarci sui nostri stili di vita richiamandoci a comportamenti sociali più consapevoli e responsabili.
Paolo Bonafe – Presidente Laboratorio Venezia

Idrogeno Nuova Frontiera dell’Energia

Ad Arezzo hanno costruito un idrogenodotto, che porta il gas alle aziende del locale distretto orafo: questa energia pulita, che non sottostà alle pesanti leggi di mercato, verrà utilizzata in modo sistematico dalle aziende. L’Amministrazione cittadina prevede, anche, di portare l’idrogeno nelle case, per sostituire il metano in cucina e fornire, attraverso “fuel cell”, sia elettricità che calore. L’ulteriore salto di qualità è rappresentato dalla “Fabbrica del Sole”, azienda in cui alcuni giovani hanno investito “solo” 800 mila euro (+ 400 mila ricevuti dalla Regione Toscana), che produrrà idrogeno pulito, ottenuto non dal metano, ma dall’energia solare. La “Fabbrica del Sole” sta anche perfezionando il “solar cooling”, procedimento che, ispirandosi ai principi delle pompe di calore, trasforma il caldo in freddo, utilizzando l’idrogeno.
Dopo l’esaurimento preannunciato dei combustibili fossili, scienza e tecnologia stanno elaborando velocemente nuovi sistemi di produzione di energia ecocompatibile. L’uso dell’ idrogeno nell’industria e nella vita quotidiana, comporta una importante novità anche per la nostra città: le industrie chimiche di Portomarghera, che producono idrogeno quale scarto delle loro produzioni, potrebbero fornire energia per uso civile è industriale. E’ davvero utopistico pensare ad un futuro che veda in Portomarghera un nuovo polo legato alla produzione di idrogeno e ad energie a basso impatto ambientale?

Paolo Bonafè
Presidente Laboratorio Venezia
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Il sistema THOR quale soluzione alternativa ai termovalorizzatori

La grave crisi dell’immondizia di Napoli sta evidenziando con forza come il tema del trattamento dei rifiuti rappresenti una priorità politica, non solo perchè il territorio nazionale non deve più impattare fenomeni di emergenza, ma anche per realizzare un modello di smaltimento, che trasformi i rifiuti da onere in risorsa.
In questa direzione si colloca “THOR”, sistema sviluppato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche in collaborazione con la Soc. ASSING SPA di Roma, che permette di recuperare e raffinare tutti i rifiuti, senza farli passare attraverso il ciclo della raccolta differenziata e dell’incenerimento, trasformandoli in materiali riutilizzabili, dall’elevato potere calorico e con costi presunti largamente inferiori rispetto ai termovalorizzatori. THOR è una tecnologia ideata e sviluppata in Italia, che si basa sulla raffinazione meccanica dei materiali di scarto, trattati in modo da separare tutte le componenti utili, dalle sostanze dannose. Funziona quindi come uno sminuzzatore di rifiuti fino a dimensioni microscopiche, inferiori a 10 millesimi di millimetro. Il risultato è una “poltiglia”, purificata dalle parti dannose ed inquinate di alto contenuto calorifico, utilizzabile come combustibile. Il derivato è quindi un prodotto solido o pellettizzato, oppure, attraverso il processo di “pirolisi”, un prodotto bio-olio per motori diesel.
In Sicilia è già presente questa tipologia di impianto, che tratta 8 tonn/ora, non necessita di un’ area di stoccaggio in attesa del trattamento, né di essere tenuto sempre in funzione, essendo meccanico e non termico.
E’ utile ricordare che THOR è mobile, installabile anche su navi, poiché una struttura, da 4 tonn/ora, occupa circa 300 m2 e ha un costo di 2ml di euro. Comparando i costi dei diversi sistemi di smaltimento dei rifiuti, vediamo che l’ impianto preso in esame costa 40euro/tonn, una discarica costa 100euro/tonn e un inceneritore 250euro/tonn.
A titolo esemplificativo, prendendo in esame un’ area urbana di 5000 abitanti, che produce 50 tonn/giorno, THOR potrebbe ricavare 30 tonn di combustibile, 3 tonn di vetro, 2 tonn di materiali ferrosi, 1 tonn di inerti; il resto sarebbe acqua che viene espulsa come vapore. Il prodotto che esce da THOR è sterilizzato dalle 8000/15000 atmosfere prodotte e il ciclo di smaltimento non produce odori.
C’è da chiedersi se non sia, pertanto, delineabile un modello di smaltimento dei rifiuti, che preveda l’integrazione di impianti diversificati e non percorra la sola strada dei termovalorizzatori.

Assistiamo al ritorno del nucleare

Assistiamo ad un ritorno del “nucleare”, quale risposta al problema energetico del paese, dimenticando che gli italiani, con un referendum, si sono già espressi negativamente su questo tema. L’attuale dibattito sembra assestarsi sui medesimi contenuti di 30 anni fa quando, in occasione della guerra arabo-israeliana, si innescò una crisi degli approvvigionamenti petroliferi. Uno studio effettuato dal WWF, evidenzia che nel mondo, nonostante i massicci finanziamenti pubblici degli ultimi cinquanta anni, il nucleare rappresenta solo il 6,3% dell’energia primaria utilizzata e l’Agenzia Internazionale dell’Energia prevede che tale contributo non aumenterà nei prossimi trenta anni. Il nostro paese, sprovvisto di fonti di uranio, dovrebbe comunque dipendere dall’estero per questa materia prima che, essendo una risorsa esauribile, potrà alimentare l’attuale struttura produttiva, solo per i prossimi settanta anni. L’ulteriore elemento di criticità è rappresentato, come sta mettendo in luce l’attuale esperienza della Francia, dai costi economici ed ambientali dello smantellamento dei vecchi impianti e dello smaltimento delle scorie. Inoltre, non è possibile dichiarare che il nucleare non produca CO2, quando le emissioni di tutta la sua filiera sono paragonabili a quelle di una centrale a gas naturale a ciclo combinato.
L’evoluzione tecnologica e scientifica oggi mostra la crucialità di percorrere nuove strade per la produzione di energia, a garanzia di un modello di sviluppo sostenibile e a basso impatto ambientale, evidenziando la necessità di utilizzare fonti differenziate ed energie rinnovabili.

Paolo Bonafè
Presidente Laboratorio Venezia
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Tutela ambientale e fame nel mondo, il pericolo delle ecobenzine

Tutela ambientale e fame nel mondo, il pericolo delle ecobenzine

Il Piano energetico, approvato ad inizio anno dall’ Unione Europea, fissa per il 2010 l’obiettivo di portare al 10%, e per il 2030 al 25%, il consumo dei biocarburanti (biodiesel, bioetamolo, biomasse) per la trazione stradale. Questa strategia, volta a ridurre le emissioni inquinanti del traffico, ha in sé un elemento di forte contraddizione proprio per l’origine vegetale di tali combustibili, che derivano dalla spremitura e lavorazione di prodotti alimentari quali i semi di colza, di soia, e di girasole, oppure dalla fermentazione di prodotti agricoli quali mais, frumento ed orzo. Pertanto, se da un lato l’utilizzo di tali prodotti comporta una riduzione delle emissioni nocive a tutela dell’ambiente, dall’altro causa un aumento dei prezzi di questi prodotti, con ricadute sul costo di pasta, pane e cereali. Questo, se nei paesi europei può significare “solo” un aumento dei prezzi, nel terzo mondo ha, come drammatica ricaduta, un aumento della povertà e della fame per centinaia di milioni di abitanti del nostro pianeta. La FAO, l’ organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura, che guida gli sforzi internazionali per sconfiggere la fame, ha avviato una campagna di denuncia, dichiarando l’investimento sulle ecobenzine crimine contro l’umanità, perché comporta l’affamamento dei poveri.
Questo scenario dimostra come il sistema di approvvigionamento energetico, sia connesso ad una complessità di fattori, per cui ogni scelta politica, compiuta con logiche parziali, rischi di compromettere equilibri complessi e vasti, che riguardano da vicino l’esistenza e la stessa sopravvivenza umana.

Paolo Bonafè
Presidente Laboratorio Venezia
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C’è bisogno di una nuova austerity

Ogni giorno veniamo informati dai media dell’aumento oramai irrefrenabile del costo del petrolio e di come lo stesso sia dovuto alle nuove richieste di prodotto che arrivano dai paesi emergenti asiatici e in particolare modo da Cina ed India. Chi è stato attento alle analisi fatte da tempo dai vari economisti potrà testimoniare che da tempo questi avevano sollevato preoccupazioni e come vi fosse la necessità di ripensare ai nostri consumi energetici, non solo per l’effetto serra e il relativo problema ambientale, ma anche e soprattutto, perché le risorse di greggio mondiali si stanno esaurendo. Infatti la maggior parte dei giacimenti sono stati scoperti negli anni ’60 e l’80% del petrolio che stiamo consumando è stato trovato prima del 1973 con un trend di nuove scoperte pari a un barile su quattro di petrolio consumato. Dato, inoltre, che stiamo raggiungendo la massima velocità di estrazione del petrolio e del gas naturale, gli esperti prevedono che il picco di estrazione del petrolio sarà nel 2010, mentre per il gas naturale si parla del 2020, senza considerare che la produzione di petrolio dal giacimento diventa progressivamente più difficoltosa e quindi sempre più costosa man mano che si estraggono porzioni crescenti della riserva recuperabile. Da questi dati la valutazione che le riserve mondiali di petrolio si potrebbero esaurire in circa 30 anni. Altro dato di analisi è quello che, finché solo il 19% della popolazione mondiale consumava il 50% del petrolio mondiale l’equilibrio prezzi/consumi poteva reggersi, ora che anche il colosso Asia richiede energia questo equilibrio va in pezzi. Pertanto il ripensare anche in Italia ad una nuova austerity dei consumi come negli anni 70 è quanto mai indispensabile e il blocco della circolazione totale delle auto in giorni prestabiliti servirebbe non solo per migliorare la qualità dell’aria delle nostre città, ma soprattutto per garantire una riduzione dei consumi e quindi dei prezzi dei combustibili.

Paolo Bonafè
Presidente di Laboratorio Venezia
www.laboratoriovenezia.it