La strategia a contrasto della tratta degli esseri umani

Le strategie a contrasto della tratta degli esseri umani.

La questione relativa al fenomeno prostituzionale, per l’allarme sociale che genera nei cittadini, in particolare quando si rende visibile sulle strade, si trova al centro del dibattito politico. Farsi carico del legittimo bisogno di sicurezza, espresso dalla cittadinanza, è un dovere da parte di ogni amministrazione pubblica, ma, con altrettanta fermezza, non vanno alimentate la paura e la stigmatizzazione, riducendo un grave e complesso problema sociale ad un mero problema di ordine pubblico. A quest’ultima logica afferiscono, invece, tutti gli interventi che, attraverso la messa in atto di sole azioni repressive, proibiscono l’esercizio della prostituzione sulle strade, non prendendo in considerazione come le persone, adulte e minori, che si prostituiscono, siano prima di tutto vittime di sfruttamento e tratta, gravissimi reati perpetrati da organizzazioni criminali. La prostituzione non si elimina rendendola invisibile, spostandola in luoghi chiusi e nascosti, ma offrendo alle vittime opportunità di integrazione e percorsi protezione sociale. Il quadro normativo nazionale ha garantito al nostro paese di sviluppare un efficace modello di intervento di lotta alla tratta e di tutela delle persone sfruttate, riconosciuto sia a livello europeo che dal dipartimento di Stato degli Usa che, nel Rapporto 2007, assegna all’Italia un ruolo di primo livello, fra i paesi che soddisfano tutti i criteri, per l’eliminazione della tratta delle persone. Il cammino da perseguire, pertanto, non può discostarsi da queste direttrici: il riconoscimento della dignità delle persone e la garanzia dell’affrancamento da ogni forma di sfruttamento e schiavitù.
Paolo Bonafè
Presidente Laboratorio Venezia

La Caritas chiede nuove politiche a contrasto della povertà.

Il fenomeno della povertà è, nel nostro paese, oggetto di indagine da parte di una pluralità di enti di ricerca che, annualmente, ci forniscono dati ed elementi conoscitivi sulla situazione socio economica delle famiglie italiane.
Il Rapporto 2008 “Ripartire dai poveri”, prodotto dalla Caritas, con la collaborazione della Fondazione Zancan, e presentato lo scorso 17 ottobre a Roma, è uno strumento che rappresenta con chiarezza la multidimensionalità dell’esclusione sociale, chiamando in causa il modello di welfare, affermatosi nel nostro paese. Il Rapporto mette in luce dati allarmanti, evidenziando che l’Italia, nell’Europa dei 15, presenta una delle più alte percentuali di popolazione a rischio di povertà: ad esempio, il 13% della popolazione italiana vive con meno di 500-600 euro al mese, il 30,2% delle famiglie, con oltre 2 figli, è a rischio di povertà, la popolazione anziana vede incrementata, in un anno, del 2,4% l’incidenza della povertà relativa.
Il forte richiamo, che emerge dalla ricerca, riguarda la necessità di ripensare in modo radicale alle politiche di inclusione sociale, chiamate a fronteggiare il fenomeno della povertà con interventi strutturali, che escano da logiche assistenziali ed emergenziali. Il Rapporto individua alcune linee strategiche essenziali, per lo sviluppo di politiche in grado di realizzare un nuovo modello di welfare, che preveda sia il passaggio dal trasferimento delle risorse monetarie alla realizzazione dei servizi, che la gestione decentrata della spesa sociale.
Le parole chiave, per affrontare lo scenario futuro, riguardano la necessità di avviare strategie territoriali integrate, capaci di promuovere piani di azione locale a lungo termine.

Paolo Bonafè
Presidente Laboratorio Venezia

Abuso di alcool – la nuova emergenza giovanile

Dopo la tragica morte del ragazzo padovano all’Ombralonga di Treviso (morte che è stata riscontrata non addebitabile agli effetti dell’alcool), il tema della dipendenza da alcool è ritornato prepotentemente alla ribalta della cronaca. Il fenomeno dell’abuso di alcool da parte dei giovani è drammatico, i dati emanati dall’Istituto Superiore della Sanità sono impietosi e fotografano una situazione di vero allarme sociale: l’età nella quale gli adolescenti cominciano a bere è scesa tra gli 11 e i 15 anni, per il 22.8% si tratta di maschi e per il 16.8% di femmine. Le statistiche ci dicono anche che, quasi un adolescente su cinque, consuma, all’anno, almeno una bevanda alcolica; l’1% ne beve una quotidianamente. Se spostiamo la nostra attenzione sulla fascia di età fra i 20 e i 24 anni, si evidenzia che l’80,7% dei maschi e il 63,2% delle femmine consumano almeno una bevanda alcolica in un anno e che il 21,5% dei maschi e il 4,6% delle femmine ne fa uso quotidiano. Attraverso i dati si evidenzia che il fenomeno del bere fino ad ubriacarsi (estreme drinking) riguarda ben 740.000 giovani, di questi solo 61.000 sono seguiti dai S.E.R.T, ma il quadro generale è reso ancora più allarmante, perché ci indica che sono circa 9 milioni gli italiani a rischio. Necessita pertanto una campagna educativa nazionale, che spieghi ai giovani che non vi è solo il pericolo immediato per la loro incolumità (alla guida sono il 57% gli incidenti causati da abuso di alcool), ma esiste anche un pericolo mortalità legato all’incidenza del fattore alcol nell’incremento delle malattie degenerative Ma dobbiamo anche essere consapevoli che l’informazione sanitaria non è sufficiente, se la nostra società non si interroga criticamente sugli stili di vita che promuove e propone a modello delle giovani generazioni.

Paolo Bonafè

Presidente Laboratorio Venezia

www.laboratoriovenezia.it

Abuso di alcool – la nuova emergenza giovanile

Abuso di alcool – la nuova emergenza giovanile

Dopo la tragica morte del ragazzo padovano all’Ombralonga di Treviso (morte che è stata riscontrata non addebitabile agli effetti dell’alcool), il tema della dipendenza da alcool è ritornato prepotentemente alla ribalta della cronaca. Il fenomeno dell’abuso di alcool da parte dei giovani è drammatico, i dati emanati dall’Istituto Superiore della Sanità sono impietosi e fotografano una situazione di vero allarme sociale: l’età nella quale gli adolescenti cominciano a bere è scesa tra gli 11 e i 15 anni, per il 22.8% si tratta di maschi e per il 16.8% di femmine. Le statistiche ci dicono anche che, quasi un adolescente su cinque, consuma, all’anno, almeno una bevanda alcolica; l’1% ne beve una quotidianamente. Se spostiamo la nostra attenzione sulla fascia di età fra i 20 e i 24 anni, si evidenzia che l’80,7% dei maschi e il 63,2% delle femmine consumano almeno una bevanda alcolica in un anno e che il 21,5% dei maschi e il 4,6% delle femmine ne fa uso quotidiano. Attraverso i dati si evidenzia che il fenomeno del bere fino ad ubriacarsi (estreme drinking) riguarda ben 740.000 giovani, di questi solo 61.000 sono seguiti dai S.E.R.T, ma il quadro generale è reso ancora più allarmante, perché ci indica che sono circa 9 milioni gli italiani a rischio. Necessita pertanto una campagna educativa nazionale, che spieghi ai giovani che non vi è solo il pericolo immediato per la loro incolumità (alla guida sono il 57% gli incidenti causati da abuso di alcool), ma esiste anche un pericolo mortalità legato all’incidenza del fattore alcol nell’incremento delle malattie degenerative Ma dobbiamo anche essere consapevoli che l’informazione sanitaria non è sufficiente, se la nostra società non si interroga criticamente sugli stili di vita che promuove e propone a modello delle giovani generazioni.

Paolo Bonafè
Presidente Laboratorio Venezia
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Il volto della povertà estrema in Italia

Il Ministero del Welfare, in collaborazione con ISTAT, CARITAS e FIOPSD (Federazione che raggruppa una settantina di soggetti privati e pubblici che assistono i senza tetto), ha avviato la prima rilevazione su scala nazionale relativa alle persone senza dimora: l’obiettivo è elaborare una ricerca sul fenomeno per il 2010, proclamato “Anno europeo contro la povertà”.
Una prima stima mette in luce come questa condizione di povertà estrema riguardi un numero di persone che oscilla le 70.000 e le 100.000 unità: i processi di impoverimento economico e di aumento del livello di precarizzazione delle condizioni di vita, stanno marginalizzando uomini e donne che non appartengono al target del grave disagio sociale (ex detenuti, tossicodipendenti, alcolisti, pazienti psichiatrici), fra le persone che vivono in strada, infatti, è sempre più diffusa la presenza di soggetti che hanno conosciuto la stabilità e le reti di protezione dello stato sociale.
La ricerca sta già mettendo a fuoco la complessità del profilo della persona senza dimora: si tratta prevalentemente di uomini (81,8%), appartenenti alla fascia di età fra i 28 ai ai 47 anni ( 54%), con una bassa scolarizzazione (solo il 33,7% ha la licenza media, il 17,7% il diploma e il 3,9% la laurea), disoccupati (43,4%) e con fallimenti affettivi alle spalle (37,1%). Solo il 13,3% si rivolge ai familiari per richiedere aiuto, il 38,7% preferisce rivolgersi ai volontari. Se ne deduce che il rischio di esclusione sociale non è più e solo strettamente correlato all’ appartenenza ad una categoria di disagio, ma anche alla situazione della persona all’interno del suo contesto affettivo, relazionale e sociale.

Paolo Bonafè
Presidente laboratorio Venezia
www.laboratoriovenezia.it

Il valore della solidarietà

Il Valore della Solidarietà

Il dibattito cittadino, relativo allo spostamento del campo Sinti di Mestre, rende necessaria una riflessione che metta in luce come la nostra città abbia saputo elaborare un modello, riconosciuto in ambito nazionale ed europeo, per la cultura dell’accoglienza e dell’inclusione sociale sviluppate.
Questo si è reso possibile, grazie alla sinergia e alla collaborazione fra una pluralità di soggetti e lo sviluppo di politiche sociali che hanno realizzato un sistema di servizi innovativi a favore dei minori, delle famiglie, degli anziani, dei disabili, delle vittime di tratta, delle persone in condizioni di marginalità, nel riconoscimento della dignità e dei diritti di tutti, ma anche nella consapevolezza strategica che più alta è la coesione sociale, che un territorio esprime, più alto è il livello di sicurezza di cui beneficiano i cittadini.
La capacità di interlocuzione e collaborazione dei servizi comunali, che lavorano con i target più esposti al rischio di devianza, con le forze dell’ordine, sono un esempio di come il nostro territorio sia presidiato.
Il lavoro di strada, la mediazione dei conflitti, il lavoro di comunità, la valorizzazione del Terzo Settore, sono gli strumenti attraverso i quali le amministrazioni comunali hanno, negli anni, investito e che, oggi, ci permettono di vivere in una città sicura e solidale.
In particolare è utile ricordare come la vicenda del campo di Via Vallenari sia esemplare per il processo con cui si è arrivati alla assunzione di decisioni, attraverso interventi specifici nella comunità locale, stimolando processi di partecipazione attiva per garantire percorsi volti all’individuare insieme soluzioni ai problemi ed alle esigenze espresse dalle persone, attraverso attività condivise di progettazione partecipata, nella convinzione che, anche sui temi più delicati, vada sempre promosso il dialogo fra cittadini portatori di interessi e bisogni diversi, ma non per questo inconciliabili fra loro.

Paolo Bonafe’

Un nuovo modello di welfare contro l’insicurezza

I nuovi fenomeni sociali e i processi di impoverimento che riguardano la società italiana, interpellano fortemente e in modo ineludibile l'azione politica nel suo complesso e, nello specifico, richiedono la definizione di un nuovo disegno strategico di welfare, che abbia come cardini il principio di sussidiarietà e il modello della governance: entrambi, oltre a determinare gli assetti organizzativi di governo di un territorio, orientano le politiche in una prospettiva che pone al centro il cittadino, con le sue reti sociali e relazionali.
Rispetto all'aumento di situazioni di povertà e all'ampliarsi di condizioni di vulnerabilità sociale, a fronte di una oggettiva riduzione di risorse finanziare, le politiche sociali non possono prescindere dalle reti di aiuto, che attraversano ogni territorio, dal capitale umano che esse esprimono, promuovendo azioni e valori improntati alla solidarietà e alla corresponsabilità.L'attuale assetto normativo valorizza e sostiene i processi che favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini, singoli ed associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale: solo così è possibile garantire un modello di aggregazione sociale, capace di prossimità, accoglienza e risposte ai bisogni dei cittadini, attraverso percorsi in cui le persone stesse diventano protagoniste, mediante l'espressione delle risorse, dei saperi e delle competenze di cui sono portatrici, come singoli, come famiglie e come comunità nel suo complesso. Necessita però implementare questo modello di policy.Tutto ciò, può rappresentare una risposta efficace all'insicurezza e all'incertezza che caratterizzano l'attuale contesto, garantendo processi di coesione sociale, in grado di consolidare i rapporti tra cittadini e fra cittadini e istituzioni.
Paolo Bonafè
Presidente Laboratorio Venezia

La politica deve ripristinare il patto generazionale per dare un futuro alle famiglie e ai giovani

Una pluralità di inchieste sui comportamenti sociali, connessi alle nuove povertà, ci stanno mostrando anziani che “rubano” beni alimentari di prima necessità al supermercato; persone, appartenenti alla classe media, che recuperano fra i rifiuti la frutta e la verdura alla chiusura dei mercati rionali; giovani costretti a ritornare in famiglia, dopo aver avviato un percorso di autonomia ed indipendenza
Fenomeni che riguardano, non persone prive di fonti di sostentamento e in grave disagio, ma cittadini percettori di reddito da pensione e da lavoro, spesso con livelli culturali medio-alti.
In particolare, la crisi che sta attraversando il paese e immettendo in processi di impoverimento i giovani, pone in luce come il patto generazionale, che ha regolato fino ad oggi il rapporto genitori–figli, si sia rotto. Infatti, se fino a 10 anni fa, l’aspettativa di ogni generazione era quella di veder migliorato il proprio livello socio-economico di benessere, rispetto alla generazione precedente, oggi un genitore è consapevole che il proprio figlio vivrà in una società dove saranno assenti le garanzie di cui lui ha beneficiato. Lavoro, casa, pensioni rappresentano aree di diritto ad alta criticità: disoccupazione, precarietà, costi delle abitazioni, crisi economica, perdita del potere di acquisto di stipendi e pensioni declinano uno scenario di grande incertezza e preoccupazione. Pertanto, oggi, la priorità e la responsabilità cui è chiamato il nuovo governo sarà quella di elaborare e definire strategie coerenti ed integrate per lo sviluppo di politiche economiche, del lavoro e del welfare.

Paolo Bonafè
Presidente laboratorio Venezia
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Sussidiarietà e governance per un nuovo modello di Welfare.

I nuovi fenomeni sociali e i processi di impoverimento, che riguardano la società italiana, interpellano fortemente e in modo ineludibile l’azione politica nel suo complesso e, nello specifico, richiedono la definizione di un nuovo disegno strategico di welfare, che abbia come cardini il principio di sussidiarietà e il modello della governance: entrambi, oltre a determinare gli assetti organizzativi di governo di un territorio, orientano le politiche in una prospettiva che pone al centro il cittadino, con le sue reti sociali e relazionali.
Infatti, rispetto all’aumento di situazioni di povertà e all’ampliarsi di condizioni di vulnerabilità sociale, a fronte di una oggettiva riduzione di risorse finanziare, le politiche sociali non possono prescindere dalle reti di aiuto, che attraversano ogni territorio, dal capitale umano che esse esprimono, promuovendo azioni e valori improntati alla solidarietà e alla corresponsabilità.
L’attuale assetto normativo valorizza e sostiene i processi che favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli ed associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale: solo così è possibile garantire un modello di aggregazione sociale, capace di prossimità, accoglienza e risposte ai bisogni dei cittadini, attraverso percorsi in cui le persone stesse diventano protagoniste, mediante l’espressione delle risorse, dei saperi e delle competenze di cui sono portatrici, come singoli, come famiglie e come comunità nel suo complesso.
Questo modello di policy, può rappresentare una risposta efficace all’insicurezza e all’incertezza che caratterizzano l’attuale contesto, garantendo processi di coesione sociale, in grado di consolidare i rapporti tra cittadini e fra cittadini e istituzioni.

Paolo Bonafè
Presidente Laboratorio Venezia
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Le molteplici dimensioni della povertà

L’attuale scenario sociale delinea una pluralità di fenomeni che, per semplicità di definizione, mettiamo sotto il titolo “povertà”.
Questo concetto, che fino agli anni settanta rimandava ad una condizione di privazione sotto il profilo economico, ha visto poi assumere significati complessi e articolati, che intrecciano una molteplicità di situazioni (le famiglie, le madri sole, gli anziani..), mettendo in risalto una dimensione riferibile a mancanza di strumenti culturali, a scarse competenze sociali, a carenze di relazioni affettive e di legami sociali, a solitudini individuali.
I mass media riportano dati allarmanti rispetto ad un processo di impoverimento che sta attraversando il nostro paese e che riguarda un ampio spettro di condizioni, dall’ estrema marginalità alla difficoltà economica, che diventa fatica quotidiana per le persone che appartengono alla classe media.
Pertanto, assistiamo da un lato alla crescita del fenomeno delle persone senza dimora, un fenomeno tipico dei paesi ricchi, che, rappresentando la situazione limite della condizione di povertà, evidenzia, in modo drammatico, gli elementi di contraddizione presenti nei nostri modelli di sviluppo economico.
La complessità di questa condizione di vita e delle sue caratteristiche ne rende difficile la quantificazione precisa: le stime ci dicono che in Italia il numero dei senza dimora si aggira tra le 65.000 e le 110.000 unità, nel Veneto, una ricerca promossa dalla Regione nel 2005, ne ha rilevati 1.211.
Gli studi effettuati sul campo, ci mostrano che i senza dimora non rappresentano una unica categoria di persone: a questo fenomeno si ascrive una pluralità di forme di emarginazione, che portano all’esclusione sociale. Altresì, non esiste un evento traumatico che, da solo, espella le persone dal circuito dell’integrazione: la ricostruzione biografica ha, infatti, messo in luce percorsi di vita segnati da una molteplicità di “fratture”, che riguardano la sfera delle relazioni affettive e sociali. La persona senza dimora, quindi, non vive solo una condizione estrema di povertà: la sua situazione è, piuttosto, l’esito di un processo in cui si sono sommati una pluralità di eventi, che hanno comportato una rottura progressiva delle reti familiari e sociali. Questo stato di deprivazione cronica, di incapacità relazionale, rischia di escludere queste persone anche dall’accesso alle risorse offerte dai servizi sociali e mette a repentaglio la loro stessa sopravvivenza.
Ma oggi, come precisato in premessa, sta emergendo un nuovo fenomeno ascrivibile al concetto di vulnerabilità sociale, intesa come condizione di fragilità, causata, da fattori di rischio in ambito sociale, che attraversano le dimensioni fondanti del nostro vivere: l’ambito delle relazioni familiari, quello del lavoro e dei legami comunitari.
Gli operatori sociali, del pubblico e del terzo settore, segnalano un aumento delle richieste di aiuto da parte di alcune fasce di popolazione, che non sono assimilabili ai target classici di utenza: tale disagio potrebbe essere riconducibile alle caratteristiche del micro contesto sociale in cui le persone sono inserite, piuttosto che alle persone stesse. Viene messa, così, in luce la presenza nella nostra società di soggetti deboli, vulnerabili appunto, che possono entrare in percorsi di esclusione a seconda dei contesti in cui sono inseriti. Se ne deduce, pertanto, che il rischio di esclusione sociale non è più e solo strettamente correlato all’ appartenenza ad una categoria specifica di disagio, ma è spesso correlata alla presenza o assenza di contesti familiari e reti sociali, che possono rappresentare un importante e determinante fattore di protezione all’esclusione.
Paolo Bonafe’
Presidente laboratorio Venezia
www.laboratoriovenezia.it